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    March 11

    E se fosse per questo che gli ultracinquantenni sono considerati un peso per la società?

    Una legge economica dice che la propensione marginale al consumo decrescere con il crescere del reddito, ma decresce anche con il crescere dell’età, in quanto diminuiscono i bisogni, almeno quelli di un certo tipo. Per l’esattezza quelli distruttivi o relativi a beni “consumistici”.

    Su questo argomento, mi piacerebbe conoscere qualche opinione su quanto scrive nel suo ultimo libro Zygmunt Barman, dal titolo:

    “HOMO CONSUMENS - Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi “

    Ed. Centro studi Erickson - euro 10

    del quale vi riporto la recensione di Umberto Galimberti (Repubblica 10/3/2007).


    ”A tenere insieme la «società liquida», come la chiama Zygmunt Bauman, oggi è l’intreccio «produzione e consumo», due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere circolare del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.
    All’inizio e alla fine di queste catene di produzione (di merci e di bisogni) si trovano gli esseri umani, instaurati come produttori e come consumatori, con l’avvertenza che il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazione di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione. Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia “prodotto”.
    A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che “non si può non avere”. In una società consumista come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma “devono” essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione.

    Si tratta di una distruzione che non è la “fine” naturale di ogni prodotto, ma “il suo fine”. E questo non solo perché altrimenti si interromperebbe la catena produttiva, ma perché il progresso tecnico, sopravanzando le sue produzioni, rende obsoleti i prodotti, la cui fine non segna la conclusione di un’esistenza, ma fin dall’inizione costituisce lo scopo. In questo processo,la produzione economca usa i consumatori come suoi alleati per garantire la mortalità dei suoi prodotti, che è poi la garanzia della sua immortalità.
    Si conferma così il tratto nichilista della nostra cultura economica dove il consumo, costretto a diventare “consumo forzato”, eleva il non-essere di tutte le cose a condizione della sua esistenza, il loro non permanere a condizione del suo avanzare e progredire.
    Ma una società che si rivolge ai suoi membri solo in quanto consumatori, capaci di rispondere positivamente alle tentazioni del mercato per mantenerlo attivo e scongiurare la minaccia della recessione, crea, secondo Bauman, una nuova classe di poveri che, a differenza di quelli di un tempo, che tali erano perché non riuscivano a inserirsi nei processi di produzione, oggi sono colpevoli di non contribuire al consumo e, in quanto non consumatori o consumatori inadeguati e difettosi, sono un peso morto, una presenza totalmente improduttiva. Configurandosi come una pura perdita, un buco nero che inghiotte servizi senza nulla restituire, con i poveri, per la loro inutilità e perché nessuno ha bisogno di loro, si può praticar la “tolleranza zero”. Si può bruciare le loro tende, come è avvenuto a Milano con i rom, non per ragioni razziali come è facile credere e propagandare, ma perché, nella società dei consumi, la povertà è inutile e indesiderabile. L’unica via attraverso la quale i poveri potrebbero riscattarsi è quella che conduce al centro commerciale, dove potrebbero ottenere, se non la riabilitazione, almeno quella “libertà condizionata” dal loro accettabile consumo. A questo siamo giunti, e Bauman, con questo suo ultimo libro, ne fa una precisa e spietata denuncia. “

     

    Un saluto a tutti.

     

    Claudio

    Comments (2)

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    Laurawrote:
    Il testo sicuramente dice cose vere, anche se tristi ed inquietanti.
    Mi ha fatto venire in mente che sono scomparse figure come i calzolai, gli arrotini, gli stagnini... In effetti se oggi uno rompe un paio di scarpe non lo aggiusta, lo butta.
    Anzi: a volte si buttano via prodotti anche se  perfettamente funzionanti.
    Un saluto
    Laura
    Mar. 13
    fabwrote:
    sicuramente è anche per questo...sono un peso .
    Così come lo sono le "classi", perchè oggi si è tornati a parlare di classi e non più di fasce, emarginate ...una civiltà "povera" di contenuti e di spirito.
    Ti sei mai chiesto come passerà questa fase nella storia, tra diciamo 300 anni? Per alcuni versi si potrebbe pensare ad una specie di Medioevo?
    Ciao Claudio,
    Fab
    Mar. 13

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